La mattina seguente tornai in ospedale prima delle nove.
Avevo dormito pochissimo.
La piccola chiave era rimasta sul comodino per tutta la notte e ogni volta che aprivo gli occhi vedevo quelle quattro parole:
PER IL NOSTRO DECIMO ANNIVERSARIO.
Quando entrai nella stanza, James era già sveglio.
Sul tavolino accanto al letto c'erano due bicchieri di caffè.
«Non dirmi che hai organizzato anche questo cinquantasei anni fa.»
James sorrise.
«No. Ma ricordavo che prendevi il caffè con poco latte e senza zucchero.»
Presi il bicchiere.
Era esattamente come lo bevevo ancora.
«Almeno una cosa non è cambiata.»
James indicò la mia borsa.
«Hai portato la chiave?»
La tirai fuori.
Il suo sorriso scomparve.
«Allora è arrivato il momento.»
«Che cosa apre?»
James guardò verso la finestra.
«Una porta che avremmo dovuto aprire insieme nel 1980.»
Quella risposta non fece altro che aumentare la mia curiosità.
«James.»
«È una casa.»
Pensai di aver capito male.
«Una casa?»
Annui.
Nel 1978 James aveva iniziato a guadagnare abbastanza bene nell'officina dove lavorava. Viveva in modo semplice, quasi austero, e metteva da parte gran parte dello stipendio.
Due anni dopo aveva trovato una piccola proprietà vicino a un lago.
Non era lussuosa.
Una casa di legno con due camere, un portico e un terreno abbastanza grande da coltivare pomodori, rose e qualche albero da frutto.
«Perché l'hai comprata?»
James mi guardò.
«Perché assomigliava alla casa che disegnasti sul retro di un tovagliolo durante il nostro primo appuntamento.»
Quella frase mi riportò indietro di quasi sessant'anni.
Ricordavo quel tovagliolo.
Avevamo mangiato hamburger in un piccolo locale e io, scherzando, avevo disegnato la casa in cui avrei voluto vivere un giorno.
Un portico.
Due finestre grandi.
Un albero.
James aveva aggiunto un garage enorme dicendo che sarebbe stato il suo territorio.
«Ti ricordavi davvero quella cosa?»
«Ricordavo tutto di te.»
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
«Nel 1980 pensavo ancora che prima o poi avrei trovato il coraggio di cercarti di nuovo», continuò. «Così comprai quella casa.»
«E poi?»
«Non ci ho mai abitato.»
Lo fissai incredula.
«Mai?»
«Mai.»
Aveva continuato a pagare le tasse, fare manutenzione e affidare la proprietà a una coppia del posto.
Ogni tanto andava lì.
Ma non dormiva mai nella camera principale.
«Perché?»
James sorrise tristemente.
«Perché nella mia stupida testa quella era la nostra casa. Entrarci da solo sarebbe stato come ammettere definitivamente che tu non saresti mai arrivata.»
Guardai la chiave.
«E l'hai conservata per quarantasei anni?»
«Sì.»
«Sei completamente pazzo.»
«Me l'hanno detto.»
Quella mattina i medici permisero a James di uscire per poche ore, a condizione che Thomas ci accompagnasse e che non facesse sforzi.
Un'ora dopo eravamo in macchina.
James sedeva accanto a me sul sedile posteriore.
All'inizio lasciammo qualche centimetro tra noi.
Poi, durante il viaggio, la sua mano scivolò lentamente sul sedile.
La guardai.
Lui non disse nulla.
Posai la mia mano sulla sua.
Questa volta nessuno dei due la ritirò.
La casa apparve dopo una curva.
E smisi di respirare.
Era piccola.
Bianca, con persiane verdi e un lungo portico di legno.
Dietro si intravedeva il lago.
Ma furono i fiori davanti alla casa a spezzarmi.
Rose gialle.
Decine.
Forse centinaia.
«James...»
«Ne piantai sei nel 1980.»
Guardò il giardino.
«A quanto pare avevano intenzione di aspettarti più a lungo di me.»
Thomas ci lasciò davanti al cancello.
James camminava lentamente con il bastone.
Quando arrivammo alla porta, mi fece cenno di usare la chiave.
«Dovresti aprirla tu.»
Inserii la chiave.
La serratura scattò.
Aprii.
L'interno profumava di legno e lavanda.
I mobili erano semplici ma perfettamente conservati.
Sembrava una casa sospesa nel tempo.
Poi vidi una parete.
Era piena di fotografie.
James nel corso degli anni.
I suoi genitori.
Vecchi amici.
Ma c'erano anche fotografie mie.
Le fotografie del nostro matrimonio.
Una copia della foto dell'articolo commemorativo.
E al centro, incorniciato, c'era qualcosa che riconobbi.
Il tovagliolo.
Quello del nostro primo appuntamento.
Il mio piccolo disegno era ancora visibile.
Casa.
Portico.
Albero.
E il garage enorme che James aveva aggiunto.
Mi voltai.
«Hai conservato anche questo?»
«Te l'avevo rubato dal tavolo.»
«Pensavo l'avesse buttato via la cameriera.»
«Tecnicamente sono stato io.»
Risi.
Poi vidi un piccolo pacco sul tavolo.
Sopra c'era scritto:
Mary — 18 giugno 1980.
«Cos'è?»
James rimase sulla porta.
«Aprilo.»
Tolsi lentamente la carta.
Dentro c'era un album.
Sulla prima pagina James aveva scritto:
I primi dieci anni che avremmo dovuto avere.
Ogni pagina conteneva qualcosa.
Una fotografia.
Una ricevuta.
Una lettera.
Un piccolo ricordo.
James aveva documentato la vita che aveva vissuto senza di me come se, in qualche modo, sperasse ancora di raccontarmela.
Arrivai all'ultima pagina.
Era vuota.
Soltanto una frase.
Da qui in poi, spero che possiamo riempirle insieme.
La data sotto era del 1980.
Mi voltai verso James.
«Hai scritto questo quarantasei anni fa.»
«Sì.»
«E non hai mai aggiunto niente?»
«Quella pagina non apparteneva soltanto a me.»
Mi avvicinai.
Per un momento nessuno parlò.
Poi gli diedi un leggero colpo sul petto.
«Questo è per il 1973.»
James mi guardò sorpreso.
Gliene diedi un altro, ancora più delicato.
«Questo è per il 1980.»
«Immagino di meritarlo.»
«E questo...»
Questa volta non lo colpii.
Lo abbracciai.
James rimase immobile per mezzo secondo.
Poi sentii le sue braccia chiudersi intorno a me.
Avevo immaginato quel momento migliaia di volte quando ero giovane.
Ma nella mia immaginazione eravamo sempre rimasti ventenni.
Non avevo mai immaginato capelli bianchi, mani segnate dall'età e corpi che avevano bisogno di sostenersi a vicenda.
Eppure quell'abbraccio era nostro.
Finalmente.
James appoggiò il mento sulla mia spalla.
«Mi dispiace, Mary.»
«Lo so.»
«Se potessi tornare indietro...»
«Non puoi.»
Si allontanò leggermente.
«No.»
«E nemmeno io.»
Guardai l'album.
«Quindi basta vivere nel 1970.»
James annuì.
«Va bene.»
«Se abbiamo ancora tempo, lo useremo nel presente.»
Per la prima volta vidi qualcosa cambiare nel suo volto.
Non sollievo.
Speranza.
Prima di lasciare la casa, James volle mostrarmi il giardino sul retro.
C'era un vecchio pero.
Mi fermai.
«Non può essere.»
James sorrise.
«Quando comprai la casa, era già qui.»
Camminammo fino all'albero.
Sotto uno dei rami c'era una piccola panchina.
Ci sedemmo.
James tirò fuori dalla tasca una piccola scatola.
«Adesso cosa c'è?»
«Niente di drammatico.»
Aprì la scatola.
Dentro c'era un semplice anello.
Non costoso.
Una fede da donna.
«James...»
«La tua originale è ancora con te?»
Annuii.
La tenevo in un cassetto da decenni.
Non avevo mai avuto il coraggio di liberarmene.
James guardò l'anello.
«Comprai questa nel 1980 pensando che, se fossi riuscito a ritrovarti, avremmo potuto rinnovare le promesse al nostro decimo anniversario.»
Sorrisi tristemente.
«Sei arrivato leggermente in ritardo.»
«Ho un problema con le scadenze.»
Risi.
James divenne serio.
«Non ti sto chiedendo di fingere che niente sia successo.»
Mi guardò negli occhi.
«E non ti sto chiedendo di perdonarmi oggi.»
Chiuse la scatola e la mise nella mia mano.
«Ti sto soltanto chiedendo se posso conoscerti di nuovo.»
Quella domanda mi commosse più di qualsiasi dichiarazione romantica.
Perché aveva capito.
Non eravamo più i ragazzi del 1970.
Non potevamo semplicemente riprendere da dove avevamo interrotto.
Dovevamo incontrarci di nuovo.
«Sì», risposi.
James sorrise.
«Sì cosa?»
«Puoi conoscermi di nuovo.»
«È già un buon inizio.»
Tornammo in ospedale nel pomeriggio.
Due giorni dopo, James fu sottoposto all'intervento.
Rimasi nella sala d'attesa con Thomas.
Adrian volle venire.
Quando lo vidi arrivare sulla sedia a rotelle, provai emozioni che non riuscivo nemmeno a separare.
Rabbia.
Pietà.
Dolore.
Forse persino affetto per il ragazzo che era stato prima di diventare l'uomo che aveva mentito.
Si fermò davanti a me.
«Non ti chiederò di perdonarmi.»
«Bene.»
Annui.
«Perché non posso farlo adesso.»
«Lo capisco.»
Poi Adrian mi porse una busta.
«Cos'è?»
«L'ultima cosa che ti ho nascosto.»
Lo guardai.
«Adrian, se c'è un'altra casa segreta, giuro che...»
Per la prima volta sorrise.
«No.»
Aprii la busta.
Dentro c'era una fotografia.
James e Adrian da giovani.
Sul retro Adrian aveva scritto poche righe.
Mary, ho trascorso cinquantasei anni cercando di giustificare una decisione presa dalla paura. Non esiste giustificazione. Se James esce da quella sala operatoria, non permetterò mai più alla mia vergogna di rubarvi nemmeno un altro giorno.
Ripiegai il foglio.
«Avresti dovuto dirmelo allora.»
«Sì.»
«Hai sbagliato.»
«Lo so.»
«E non so se riuscirò mai a perdonarti completamente.»
Adrian annuì.
«È più di quanto meriti che tu sia ancora disposta a parlarmi.»
Tre ore dopo, il chirurgo uscì.
Mi alzai così velocemente che quasi rovesciai la sedia.
«Famiglia del signor James?»
Per un istante esitai.
Poi dissi una parola che non pronunciavo da cinquantasei anni.
«Sono sua moglie.»
Il medico sorrise.
«L'intervento è andato bene.»
Chiusi gli occhi.
Adrian cominciò a piangere.
Thomas mi abbracciò.
Ma io pensavo soltanto alle rose gialle.
James aveva promesso di mandarmele al nostro primo anniversario.
Erano arrivate cinquantacinque anni tardi.
Forse anche noi eravamo arrivati tardi.
Ma tardi non significava necessariamente troppo tardi.
Quella sera mi permisero di entrare nella stanza per pochi minuti.
James era ancora debole.
Mi sedetti accanto a lui.
Aprì lentamente gli occhi.
«Mary?»
«Sono qui.»
«La casa...»
«È ancora lì.»
«Le rose?»
«Anche.»
James sorrise.
Poi disse qualcosa quasi incomprensibile.
Mi chinai.
«Cosa?»
«L'album.»
«Quale album?»
«Quello nella casa.»
«Che cosa ha?»
James aprì appena gli occhi.
«Hai visto l'ultima pagina?»
«Quella vuota? Sì.»
Scosse lentamente la testa.
«Non è l'ultima.»
Lo guardai.
«James, cosa significa?»
Ma aveva già chiuso gli occhi.
Stava dormendo.
Tre settimane dopo tornammo insieme alla casa sul lago.
Questa volta James camminava senza l'aiuto di Thomas.
Entrammo.
Presi l'album.
Arrivai alla pagina che credevo fosse l'ultima.
James indicò il bordo.
«Tira.»
Scoprii che due pagine erano rimaste incollate insieme per decenni.
Le separai delicatamente.
Dietro c'era una fotografia che non avevo mai visto.
Io e James il giorno del matrimonio.
Non stavamo guardando la macchina fotografica.
Ridevamo.
Sotto, James aveva scritto nel 1980:
Se un giorno riusciremo davvero a ritrovarci, non voglio recuperare gli anni perduti. È impossibile. Voglio soltanto che l'ultima fotografia della nostra storia non sia questa.
Guardai James.
Lui prese dalla tasca una piccola macchina fotografica.
«Credo che dobbiamo aggiungerne una nuova.»
Mi misi a ridere.
«Adesso?»
«Abbiamo già aspettato cinquantasei anni.»
James sistemò la macchina sul tavolo e impostò il timer.
Poi venne accanto a me.
Mi prese la mano.
Il piccolo segnale cominciò a lampeggiare.
Dieci secondi.
James mi guardò.
«Mary?»
«Sì?»
«Buon cinquantaseiesimo anniversario.»
Lo guardai e sorrisi.
«Sei ancora in ritardo.»
La macchina fotografica scattò.
E per la prima volta dal 1970, esisteva una fotografia di noi due insieme.
Non due giovani che non sapevano cosa li aspettava.
Ma due persone anziane che sapevano perfettamente quanto può costare il tempo perduto.
Quando guardai la fotografia, capii che non volevo sostituire quella del nostro matrimonio.
Volevo conservarle entrambe.
Una raccontava ciò che avevamo perso.
L'altra raccontava ciò che, contro ogni previsione, avevamo appena ritrovato.






