Quando il maresciallo pronunciò quelle parole, rimasi a fissarlo senza riuscire a rispondere.
Quattro mesi.
Continuavo a ripetere quel numero nella mia testa.
Quattro mesi prima Marco mi portava ancora a cena ogni venerdì sera. Quattro mesi prima Giulia mi telefonava quasi ogni giorno, raccontandomi dei suoi problemi e chiedendomi consigli. Quattro mesi prima avevamo festeggiato tutti insieme il compleanno di nostra madre e, nelle fotografie di quella sera, Marco aveva un braccio intorno alle mie spalle mentre Giulia sorrideva accanto a noi.
Eppure, secondo ciò che i Carabinieri avevano davanti agli occhi, proprio in quel periodo qualcuno aveva già iniziato a preparare documenti riguardanti la mia villa.
«Posso vederli?» domandai.
Il maresciallo esitò.
«Non posso consegnarle il materiale originale in questo momento. Ma posso farle una domanda. Ha mai firmato una procura che autorizzasse suo marito a disporre di questo immobile?»
«Mai.»
«Ne è certa?»
Lo guardai dritto negli occhi.
«Questa casa apparteneva a mio nonno. È passata a mia madre e successivamente a me. Marco non ha mai avuto alcun diritto di venderla, trasferirla o usarla come garanzia.»
La giovane carabiniera prese nota.
Poi il maresciallo estrasse una copia da una busta trasparente e la appoggiò sul tavolo dell'ingresso.
Non potevo prenderla, ma potevo leggerla.
In fondo alla pagina c'era una firma.
Elena Moretti.
La mia firma.
O almeno, qualcuno aveva fatto un ottimo lavoro per farla sembrare tale.
Mi avvicinai.
«Non l'ho firmata io.»
Il maresciallo annuì lentamente, come se fosse esattamente la risposta che si aspettava.
«C'è qualcos'altro che dovrebbe sapere.»
Il documento non riguardava soltanto la villa.
Faceva parte di un fascicolo più ampio attraverso il quale Marco sembrava voler dimostrare di possedere una partecipazione in diversi beni appartenenti alla mia società.
Per la prima volta sentii una vera ondata di rabbia.
Non era una vendetta improvvisata dopo aver deciso di lasciarmi.
Era un piano.
«Quanto?» domandai.
«Quanto cosa?»
«Quanto stava cercando di ottenere?»
Il maresciallo non rispose immediatamente.
«Dalle informazioni preliminari, il valore complessivo dei beni coinvolti potrebbe superare gli otto milioni di euro.»
Mi appoggiai al tavolo.
Otto milioni.
Marco non voleva semplicemente andarsene con mia sorella.
Voleva andarsene portandosi dietro una parte enorme di ciò che avevo costruito.
Poi mi tornò in mente qualcosa.
Una cosa minuscola.
Una di quelle cose che, quando accadono, sembrano insignificanti.
Tre mesi prima Marco era entrato nel mio studio mentre stavo preparando dei documenti per una compravendita.
«Mi serve la tua carta d'identità per prenotare un albergo», aveva detto.
Gliel'avevo data senza pensarci.
Dieci minuti dopo me l'aveva restituita.
In quel momento non avevo sospettato nulla.
Ora sentii un brivido lungo la schiena.
«Credo che abbia fotografato i miei documenti.»
La carabiniera alzò immediatamente lo sguardo.
«Quando?»
Le raccontai tutto.
Annotò la data approssimativa.
Poi mi fece una domanda ancora più strana.
«Sua sorella aveva accesso al suo ufficio?»
Quella domanda mi colpì molto più della precedente.
Giulia aveva lavorato nella mia società per quasi un anno.
Non aveva accesso ai conti bancari, ma poteva entrare negli uffici amministrativi durante l'orario di lavoro.
E soprattutto conosceva Marta, la mia assistente personale.
«Sì», ammisi. «Ma non ai documenti riservati.»
Il maresciallo e la collega si scambiarono nuovamente quello sguardo.
Ormai avevo imparato a riconoscerlo.
Significava che sapevano qualcosa che io ancora ignoravo.
«Perché me lo state chiedendo?»
Il maresciallo chiuse la cartellina.
«Perché uno dei documenti che stiamo verificando contiene informazioni che difficilmente suo marito avrebbe potuto conoscere da solo.»
Sentii il battito accelerare.
«Quali informazioni?»
«Un codice interno della sua società.»
Rimasi senza parole.
Quel codice compariva soltanto sui documenti amministrativi archiviati nel mio ufficio.
Marco non lavorava con me.
Non avrebbe dovuto conoscerlo.
Giulia, invece, avrebbe potuto vederlo.
In quel momento il mio telefono vibrò sul tavolo.
Tutti e tre guardammo lo schermo.
Marco.
Un messaggio.
Lo aprii.
«Elena, smettila con questi giochetti. Riattiva le carte. Io e Giulia torniamo oggi e sistemiamo tutto da adulti.»
Quasi risi.
L'uomo che forse aveva trascorso mesi cercando di appropriarsi dei miei beni mi stava chiedendo di comportarmi da adulta.
Non risposi.
Tre secondi dopo arrivò un secondo messaggio.
«E non provare a impedirmi di entrare in casa. È anche casa mia.»
Guardai il maresciallo.
«Posso mostrarglielo?»
Lesse entrambi i messaggi senza toccare il telefono.
«Non cancelli niente», disse. «Da questo momento conservi ogni messaggio, ogni e-mail e ogni comunicazione.»
Annuii.
Poi arrivò il terzo messaggio.
Ma questa volta non era Marco.
Era mia madre.
Mamma: «Elena, che cosa hai fatto? Giulia mi ha chiamata piangendo. Dice che hai bloccato tutto e che stai cercando di rovinarle la vita.»
Mi si strinse qualcosa dentro.
Naturalmente.
Giulia aveva già chiamato nostra madre.
E naturalmente, ancora una volta, la storia era diventata colpa mia.
Non risposi nemmeno a lei.
I Carabinieri rimasero ancora qualche minuto, poi mi dissero che sarei stata ricontattata per una dichiarazione formale.
Prima di andarsene, però, la giovane carabiniera si fermò sulla soglia.
«Signora Moretti, un consiglio.»
La guardai.
«Non affronti suo marito da sola quando torna.»
Quelle parole cambiarono completamente il tono della mattina.
Dopo che le auto lasciarono il vialetto, chiusi la porta e rimasi nella villa silenziosa.
Alle nove chiamai il mio avvocato, Lorenzo Bianchi.
Arrivò meno di un'ora dopo.
Gli raccontai tutto.
Lorenzo ascoltò senza interrompermi, poi aprì il computer.
«Dobbiamo controllare immediatamente ogni movimento degli ultimi sei mesi.»
Passammo quasi tre ore a esaminare conti, autorizzazioni, e-mail e registri societari.
Alle 12:17 Lorenzo smise improvvisamente di digitare.
«Elena.»
Conoscevo abbastanza bene la sua voce da capire che aveva trovato qualcosa.
«Che c'è?»
Girò il portatile verso di me.
Sul monitor compariva una richiesta di finanziamento presentata settimane prima a nome di una società che non avevo mai visto.
GM Capital SRL.
«Conosci questa società?»
Scossi la testa.
Lorenzo indicò i nomi collegati.
Il primo era Marco.
Il secondo mi fece gelare.
Giulia Moretti.
Mia sorella risultava socia.
Ma non era quella la parte peggiore.
Nella documentazione allegata, la villa sul mare compariva come garanzia patrimoniale.
La mia villa.
«Come hanno potuto farlo?»
«Se i documenti che hanno utilizzato sono falsi, non potevano farlo legalmente», rispose Lorenzo. «Ma evidentemente speravano che nessuno se ne accorgesse abbastanza presto.»
Continuò a scorrere.
Poi si fermò.
«Ecco il motivo per cui avevano tanta fretta.»
Sul monitor compariva una data.
Il finanziamento doveva essere perfezionato entro quarantotto ore.
Mi sentii improvvisamente lucida.
Il viaggio di Marco.
La falsa cerimonia.
Il messaggio provocatorio.
La richiesta di parlare della casa e dei soldi.
Tutto stava accadendo nello stesso momento perché avevano bisogno che io reagissi emotivamente.
Forse speravano che, sconvolta dal tradimento, firmassi qualcosa senza leggerlo.
Forse Marco voleva propormi un accordo veloce.
O forse avevano preparato un piano ancora peggiore.
«Blocchiamo tutto», dissi.
Lorenzo mi guardò.
«È già quello che sto facendo.»
Alle 14:06 inviò le comunicazioni necessarie agli istituti coinvolti e consegnò ai Carabinieri le informazioni appena scoperte.
Pensavo che finalmente avessimo trovato il cuore del piano.
Mi sbagliavo.
Alle 16:22 ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto.
«Signora Moretti?»
«Sì.»
Era un uomo.
Parlava piano.
«Mi chiamo Paolo Ferri. Lavoro nello studio notarile che compare in alcuni documenti relativi alla sua proprietà.»
Guardai Lorenzo.
Attivai il vivavoce.
«Come ha avuto il mio numero?»
«Dai documenti originali depositati anni fa.»
Ci fu una pausa.
«Signora Moretti, credo che qualcuno abbia utilizzato il nome del nostro studio senza autorizzazione.»
Lorenzo si avvicinò al telefono.
«Che cosa significa esattamente?»
Paolo inspirò profondamente.
«Significa che il timbro presente su almeno uno dei documenti che ci avete inviato non corrisponde a quello attualmente utilizzato dal nostro studio.»
Il silenzio nella stanza diventò pesante.
Poi aggiunse:
«Ma c'è un problema ancora più serio.»
Strinsi il telefono.
«Quale?»
«Quel vecchio timbro esisteva davvero.»
Sentii Lorenzo irrigidirsi.
«Chi poteva avervi accesso?»
Paolo esitò.
«Solo tre persone.»
Pronunciò due nomi che non conoscevo.
Poi il terzo.
E per qualche secondo pensai di aver capito male.
«Può ripeterlo?»
Paolo lo fece.
Questa volta non c'erano dubbi.
Conoscevo quel nome.
Lo conoscevo fin troppo bene.
Perché apparteneva a una persona che aveva trascorso anni seduta alla tavola della mia famiglia.
Una persona che conosceva la storia della villa.
Una persona che sapeva perfettamente quanto valeva.
E soprattutto, una persona che avevo visto parlare sottovoce con Marco durante il compleanno di mia madre quattro mesi prima.
Guardai Lorenzo.
«Quindi Marco e Giulia non stavano facendo tutto da soli.»
Lorenzo chiuse lentamente il portatile.
«No.»
Fuori, il mare sembrava incredibilmente tranquillo.
Poi il telefono vibrò ancora.
Questa volta era un messaggio di Marco.
«Atterriamo alle 19:10. Vengo direttamente a casa. Dobbiamo parlare.»
Guardai l'orologio.
Mancavano meno di tre ore.
E improvvisamente capii che quella sera Marco sarebbe entrato nel vialetto convinto di dover affrontare soltanto una moglie tradita.
Non aveva idea che io avessi già scoperto il finanziamento.
Non sapeva dei documenti.
Non sapeva che i Carabinieri erano stati lì.
E soprattutto non sapeva che avevamo appena scoperto l'esistenza di una terza persona coinvolta nel piano.
Decisi di non rispondergli.
Perché questa volta volevo che Marco tornasse a casa convinto che il suo segreto fosse ancora al sicuro.






