Quando Riccardo Moretti tornò al suo posto, nella sala nessuno riprese davvero a mangiare.
Le conversazioni ricominciarono a bassa voce, ma erano forzate. Le posate si muovevano nei piatti senza convinzione. Alcuni ufficiali evitavano accuratamente di guardarmi, mentre altri continuavano a lanciare occhiate nella mia direzione.
Moretti, invece, sembrava soddisfatto.
Sollevò il bicchiere, bevve un sorso e iniziò a parlare con l’ufficiale seduto accanto a lui come se nulla fosse accaduto.
Era esattamente ciò che mi colpì di più.
Non aveva perso il controllo per un momento.
Non sembrava pentito.
Per lui, quello che aveva fatto era normale.
Fu allora che capii che il problema davanti a me poteva essere molto più grande di uno schiaffo.
Il maggiore Lorenzo Ferri si alzò pochi minuti dopo e attraversò lentamente la sala. Non venne direttamente da me. Si fermò prima vicino a una finestra, controllò il telefono, poi aspettò che Moretti fosse distratto.
Quando finalmente mi raggiunse, parlò senza guardarmi.
«Colonnello, devo chiederle una cosa.»
«Dimmi.»
Ferri esitò.
«Vuole che chiami immediatamente la polizia militare?»
Scossi appena la testa.
«Non ancora.»
Per la prima volta mi guardò.
«Ci sono almeno quaranta testimoni.»
«Lo so.»
«E probabilmente delle telecamere.»
«Meglio ancora.»
Ferri sembrò confuso.
«Allora perché aspettare?»
Guardai verso Moretti.
Stava raccontando qualcosa al tavolo e due giovani ufficiali ridevano nervosamente.
«Perché voglio sapere perché nessuno sembra sorpreso.»
Ferri rimase immobile.
Fu un cambiamento minuscolo, ma lo vidi.
La mascella gli si irrigidì.
«Che cosa intende?»
«Quando mi ha colpita, alcune persone erano scioccate. Ma altre sembravano soltanto spaventate.»
Non rispose.
«Lorenzo.»
Abbassò la voce.
«Questa non è la prima volta.»
Quelle cinque parole cambiarono completamente la serata.
«Spiegati.»
Ferri inspirò lentamente.
«Ci sono state segnalazioni.»
«Quante?»
Silenzio.
«Maggiore, quante?»
«Quelle che conosco personalmente? Quattro.»
Lo fissai.
«E quelle che sospetti?»
«Molte di più.»
Sentii qualcosa stringersi dentro di me, ma mantenni il volto impassibile.
«Perché non sono arrivate al comando superiore?»
Ferri abbassò gli occhi.
«Alcune sono arrivate.»
«E poi?»
Prima che potesse rispondere, una voce alle nostre spalle ci interruppe.
«Sono sparite.»
Era Stefano Bellini.
Il maresciallo capo aveva lasciato il proprio posto e si era avvicinato senza che me ne accorgessi.
Aveva quasi trent’anni di servizio alle spalle e l’espressione di un uomo stanco di portare un segreto troppo pesante.
«Che significa “sparite”?» domandai.
Bellini guardò Moretti dall’altra parte della sala.
«Significa che un giovane ufficiale presentava una denuncia e, qualche settimana dopo, improvvisamente risultava che non esisteva abbastanza documentazione. Oppure il testimone cambiava versione. Oppure la vittima chiedeva il trasferimento.»
«Perché?»
Bellini serrò le labbra.
«Perché il colonnello Moretti conosce persone.»
La stessa frase che avevo sentito ventuno anni prima.
All’epoca ero troppo giovane per comprenderne fino in fondo il significato.
Adesso lo capivo perfettamente.
«Voglio nomi», dissi.
Ferri guardò verso il tavolo.
«Non qui.»
«Dove?»
Bellini rispose immediatamente.
«Nel mio ufficio. Tra venti minuti.»
Annuii.
Poi tornai al mio posto.
Moretti mi vide sedermi e sorrise.
«Finalmente hai capito la lezione?»
Questa volta lo guardai direttamente negli occhi.
«Sì, colonnello.»
Il suo sorriso si allargò.
Non aveva capito cosa intendessi.
Avevo imparato una lezione, quella sera.
Ma non era quella che pensava lui.
Avevo appena scoperto che il comandante che stavo per sostituire aveva costruito intorno a sé una cultura della paura.
E prima di assumere ufficialmente il comando, volevo sapere quanto fosse profonda.
Venti minuti dopo lasciai la sala attraverso un corridoio laterale.
Bellini mi aspettava.
Entrammo nel suo ufficio e lui chiuse la porta.
Sul tavolo c’era una cartella grigia.
Spessa.
Troppo spessa.
«Che cos’è?» chiesi.
Bellini non si sedette.
«Tutto quello che sono riuscito a conservare negli ultimi sei anni.»
Aprii la cartella.
Dentro c’erano copie di email, dichiarazioni, richieste di trasferimento, annotazioni e fotografie di documenti ufficiali.
In cima alla prima pagina c’era il nome di una giovane capitana.
Elena Rinaldi.
«Chi è?»
Bellini rimase in silenzio per qualche secondo.
«Era uno dei migliori ufficiali della brigata.»
«Era?»
«Se n’è andata undici mesi fa.»
Lessi rapidamente la prima dichiarazione.
Poi la seconda.
Alla terza pagina smisi.
Guardai Bellini.
«Moretti aveva già fatto con lei quello che ha fatto con me stasera?»
«Peggio.»
Ferri entrò nell’ufficio proprio in quel momento e chiuse la porta dietro di sé.
Aveva il volto pallido.
«Abbiamo un problema.»
«Quale?»
Mi porse il telefono.
Sul display c’era un messaggio appena ricevuto.
Lo lessi due volte.
Qualcuno aveva informato Moretti che una parte della documentazione contro di lui esisteva ancora.
E Moretti aveva appena ordinato al suo aiutante di presentarsi nel suo ufficio prima dell’alba per “ripulire gli archivi” prima dell’arrivo del nuovo comandante.
Alzai lo sguardo.
«A che ora?»
«Alle cinque.»
Guardai l’orologio.
Mancavano meno di sei ore.
Chiusi lentamente la cartella.
«Perfetto.»
Ferri mi fissò incredulo.
«Perfetto?»
«Sì.»
Presi il telefono.
«Per ventuno anni Moretti ha creduto che io non meritassi un posto al tavolo.»
Mi alzai.
«Domattina gli permetteremo di continuare a crederlo ancora per qualche ora.»
Bellini comprese per primo.
«Vuole vedere cosa farà.»
«Esattamente.»
Ma nessuno di noi sapeva ancora che, prima dell’alba, Moretti avrebbe commesso un errore molto più grave dello schiaffo.
Un errore che avrebbe aperto una porta su anni di segreti.
E dietro quella porta avrei trovato anche il vero motivo per cui, ventuno anni prima, aveva cercato disperatamente di farmi lasciare l’esercito.






