Per alcuni secondi nessuno ebbe il coraggio di parlare.
Lucia teneva ancora il telefono tra le mani.
Sul display c’era la fotografia di noi davanti alla vecchia casa, scattata da una distanza abbastanza ravvicinata da farmi capire una cosa inquietante: chiunque l’avesse inviata doveva trovarsi ancora nei dintorni.
Matteo uscì immediatamente sulla veranda.
«Non vedo nessuno.»
Carlo lo fermò.
«Non inseguiamo nessuno. Abbiamo già commesso abbastanza errori cercando di risolvere tutto da soli.»
Questa volta ero completamente d’accordo.
Consegnammo il messaggio e la fotografia agli agenti che ci stavano assistendo. Dopo aver verificato l’indirizzo collegato ad Alberto Serra, decisero che nessuno di noi avrebbe dovuto andarci senza accompagnamento.
Il nome, però, continuava a tormentare Carlo.
Durante il viaggio verso Udine rimase quasi sempre in silenzio.
Alla fine gli chiesi:
«Conoscevi davvero Alberto?»
Carlo guardò fuori dal finestrino.
«Sì.»
«Che tipo di uomo era?»
«Uno dei migliori.»
La risposta mi sorprese.
«Pensavo potesse essere coinvolto.»
«Lo era, ma non dalla parte che immagini.»
Carlo raccontò che Alberto Serra lavorava come archivista. Era una persona discreta, quasi invisibile, proprio per questo perfetta per copiare documenti senza attirare attenzione.
Quando il gruppo del fiore blu cominciò a essere scoperto, Alberto fu uno dei pochi che non fuggì.
Rimase.
Continuò a lavorare.
E per anni fece credere a Vittorio di essere fedele a lui.
«Quindi era una specie di infiltrato?» domandai.
«Esattamente.»
Mia madre si voltò.
«Papà si fidava di lui?»
Carlo annuì.
«Più di quanto si fidasse di me.»
Arrivammo nel tardo pomeriggio.
L’indirizzo apparteneva a una casa modesta alla periferia della città. Nessuna villa misteriosa, nessun edificio abbandonato. Soltanto una piccola abitazione con un giardino ordinato e una bicicletta appoggiata al muro.
Gli agenti entrarono per primi.
Dopo alcuni minuti tornarono.
«Il signor Serra è qui. Ha novantuno anni. Dice che vi stava aspettando.»
Sentii mia madre stringermi la mano.
Entrammo.
Alberto Serra era seduto vicino alla finestra.
Fragile, capelli bianchi, una coperta sulle gambe.
Quando vide il polso di mia madre, sorrise.
«Elena.»
Lei si fermò.
«Mi conosce?»
«Ti ho vista l’ultima volta quando avevi diciannove anni.»
Poi guardò Sofia.
Il suo sorriso scomparve.
«E tu dovevi essere morta.»
Sofia rispose con un sorriso amaro.
«A quanto pare molte persone hanno creduto la stessa cosa.»
Alberto indicò le sedie.
«Sedetevi. Non abbiamo molto tempo.»
«È stato lei a mandarci il messaggio?» chiesi.
«No.»
La risposta arrivò immediatamente.
Mostrai la fotografia.
Alberto la osservò a lungo.
Poi fece qualcosa di inaspettato.
Rise.
Non con allegria.
Con sollievo.
«Finalmente.»
«Finalmente cosa?»
Alberto guardò Lucia.
«Tuo padre ha mantenuto la promessa.»
Lucia impallidì.
«Mio padre è morto.»
«Lo so.»
«Allora perché la sua calligrafia compare su un documento datato tre anni fa?»
Alberto rimase in silenzio.
Poi indicò un vecchio mobile.
«Secondo cassetto.»
Un agente lo aprì.
Dentro c’erano decine di buste.
Ognuna riportava una data.
Alberto ne indicò una.
Lucia la prese.
Sul davanti c’era scritto:
Per mia figlia.
La grafia era identica.
Lucia aprì la busta.
Dentro trovò una lettera e una serie di fogli.
Cominciò a leggere.
Poi si sedette.
«Papà aveva preparato tutto prima di morire.»
Alberto annuì.
Il padre di Lucia aveva scritto decine di lettere, istruzioni e aggiornamenti. Alberto avrebbe dovuto consegnarli in momenti prestabiliti, così che nessuno potesse capire quando fosse realmente morto l’ultimo membro operativo del gruppo.
Persino le date scritte nei documenti erano state inserite deliberatamente.
«Perché?» domandai.
Alberto mi guardò.
«Per far credere a chi ci osservava che il fiore blu esistesse ancora.»
Finalmente tutto cominciava ad avere senso.
Non era un’organizzazione criminale sopravvissuta per quarant’anni.
Era una rete di persone che aveva continuato a proteggere le prove e, soprattutto, le vittime.
«Quindi chi ci ha fotografati?» chiese Matteo.
Alberto abbassò lo sguardo.
«Probabilmente l’ultima persona che ha paura di quei documenti.»
La stanza tornò silenziosa.
«Chi?»
Alberto indicò il quaderno nero che avevamo portato con noi.
«Cercate la pagina 86.»
La aprii.
C’erano diversi nomi.
Uno era cerchiato.
Marcello De Santis.
«Chi è?»
Matteo riconobbe immediatamente il nome.
«L’avvocato.»
Mia madre lo guardò.
«Quale avvocato?»
«Quello che mi aiutò a creare il deposito fiduciario prima di scomparire.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
«È ancora vivo?»
«Sì», rispose Matteo. «E suo figlio gestisce ancora lo stesso studio.»
Alberto scosse lentamente la testa.
«Marcello non era uno di noi. Era l’uomo che permetteva a Vittorio di rendere legali le nuove identità.»
«Perché non compare nella confessione?»
«Perché Vittorio lo proteggeva.»
Alberto ci spiegò che Marcello aveva conservato per decenni una posizione rispettabile. Dopo la fine della rete aveva continuato la sua carriera senza essere mai collegato ufficialmente a ciò che era accaduto.
Ma c’era un problema.
Marcello aveva ormai quasi novant’anni.
«Non credo che un uomo di quell’età ci stia seguendo personalmente», dissi.
«Infatti.»
Alberto prese un’altra fotografia.
Mostrava Marcello insieme a un uomo molto più giovane.
«Suo figlio, Lorenzo.»
Carlo si irrigidì.
«Conosco Lorenzo.»
«Anch’io», disse mia madre.
Mi voltai verso di lei.
«Come?»
«Gestisce ancora alcune pratiche della famiglia.»
Quella frase mi fece gelare.
«Quali pratiche?»
«La successione di tua nonna. Alcuni documenti della casa. E…»
Si fermò.
«E cosa?»
«Il mio testamento.»
Matteo si alzò immediatamente.
«Elena, devi revocare qualsiasi autorizzazione abbia quello studio.»
Alberto sollevò una mano.
«Prima dovete ascoltare una cosa.»
Prese un piccolo registratore.
«Lorenzo è venuto qui sei mesi fa.»
«Perché?»
«Cercava questo.»
Indicò il quaderno.
«Gli ho detto che era stato distrutto.»
«Ti ha creduto?»
«No.»
Alberto premette play.
Sentimmo una voce maschile.
Calma.
Professionale.
«Signor Serra, non voglio problemi. Mi serve soltanto sapere dove sono finiti i documenti.»
Alberto, nella registrazione, rispondeva:
«Sono morti insieme alle persone che li hanno scritti.»
L’uomo rise.
«Non tutti.»
Poi pronunciò una frase.
«Elena Bianchi è ancora viva.»
Mia madre diventò pallida.
La registrazione continuò.
«E se Elena non sa cosa possiede, sarà molto più semplice recuperarlo quando non ci sarà più.»
Matteo spense il registratore.
Nessuno disse niente.
Questa volta non si trattava più soltanto di un segreto storico.
Qualcuno aveva parlato di mia madre come di un ostacolo.
Gli agenti presero immediatamente la registrazione.
Da quel momento le cose si mossero rapidamente.
Il magistrato che aveva già ricevuto parte dei documenti fu informato. Il quaderno originale, le lettere, la confessione di Vittorio e la registrazione vennero acquisiti formalmente.
A noi fu detto chiaramente di non contattare Lorenzo.
Ma non fu necessario.
Fu lui a contattare noi.
Quella sera, mentre eravamo ancora a casa di Alberto, arrivò una telefonata sul cellulare di mia madre.
Sul display comparve:
Studio De Santis.
Gli agenti prepararono la registrazione della conversazione secondo le procedure previste.
Mia madre rispose.
«Pronto?»
La voce dall’altra parte era gentile.
«Signora Bianchi, sono Lorenzo De Santis. Ho saputo che il suo intervento è stato rinviato. Come sta?»
Mia madre mi guardò.
«Meglio.»
«Mi fa piacere.»
Pausa.
«Immagino sia stata una giornata… interessante.»
Il volto di mia madre cambiò.
«Cosa intende?»
Lorenzo rise piano.
«Elena, credo che ormai possiamo smettere di fingere.»
Nella stanza nessuno respirava.
«Non capisco.»
«Avete trovato il registro.»
Non era una domanda.
Mia madre rimase in silenzio.
Lorenzo continuò:
«Quello che avete trovato appartiene a una storia morta da quarant’anni. Consegnarlo alle autorità distruggerà famiglie che non hanno fatto nulla.»
«Persone innocenti hanno il diritto di sapere cosa è successo.»
«Forse.»
Poi la sua voce diventò più fredda.
«Ma anche sua figlia dovrebbe sapere che il suo nome compare in quei documenti.»
Mi irrigidii.
Mia madre guardò verso di me.
«Cosa stai dicendo?»
«Chieda a Matteo perché il fascicolo 47-B non contiene soltanto l’archivio.»
Guardai mio padre.
Per la prima volta da quando lo avevo incontrato, vidi paura sul suo volto.
«Matteo?» dissi.
Lorenzo continuò.
«Lui sa esattamente cosa c’è nella seconda parte di quel fascicolo.»
«Papà?»
La parola mi uscì spontaneamente.
Matteo mi guardò.
Forse fu proprio quello il momento in cui entrambi ci rendemmo conto che lo avevo chiamato così per la prima volta.
Ma non c’era tempo per pensarci.
«Giulia», disse lentamente, «non sapevo se avremmo mai dovuto arrivare a questo punto.»
«Arrivare a cosa?»
Lorenzo rise dall’altra parte del telefono.
«Chiedigli del certificato.»
«Quale certificato?»
Matteo chiuse gli occhi.
«Quello originale della tua nascita.»
Sentii il cuore battere più forte.
«Abbiamo già visto il mio certificato.»
«No», disse Matteo.
«Avete visto quello registrato all’anagrafe.»
La telefonata si interruppe.
Lorenzo aveva riattaccato.
Mi voltai verso mio padre.
«Dimmi la verità.»
Matteo rimase immobile.
Poi prese la scatola che avevamo recuperato a Trieste.
Tolse tutti i documenti.
Premette due dita contro il fondo.
Sentimmo un piccolo scatto.
C’era un secondo scomparto.
Dentro trovammo una busta sottile.
Sul davanti era scritto:
GIULIA — 47-B
La aprii.
Dentro c’era un certificato di nascita.
Il mio nome era corretto.
La data era corretta.
Il nome di mia madre era corretto.
Ma sotto la voce relativa al padre non c’era scritto Andrea Moretti.
E nemmeno Matteo Rinaldi.
C’era un terzo nome.
Un nome che non avevo mai visto.
Guardai Matteo.
«Che significa?»
Lui aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Significa che devo raccontarti l’unica parte della storia che nemmeno tua madre ha mai saputo.»
Mia madre si alzò.
«Matteo, cosa stai dicendo?»
Lui guardò prima lei.
Poi me.
«Giulia è mia figlia. Su questo non ho mai avuto dubbi.»
«Allora perché c’è un altro nome?»
Matteo indicò il certificato.
«Perché quell’uomo non è tuo padre.»
Fece una lunga pausa.
«È l’uomo che, legalmente, ti salvò la vita prima ancora che tu nascessi.»






